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Case Francou da Promiod
Valtournenche

Sabato 17 aprile 2010, sull’orlo dei temporali paventati per il pomeriggio: mentre lo spazio aereo del Nord Italia viene chiuso per un increscioso incidente nel sottosuolo islandese, sbarco nel sole e nel vento fresco della bellissima Promiod.

Siamo in Valtournenche, nel Comune di Châtillon, al disopra della ridente Antey-Saint-André, antico feudo dei Signori di Cly e prima ancora residenza coloniale romana, e prima ancora, avamposto salasso nel cuore dei fertili pascoli alpini. Il cupo castello di Ussel ci ha visti passare con la solita, antica indifferenza di pietra grigia ed ostili muraglie; alle sue spalle, nei boschi, esplodono i colori tenui degli alberi da frutto.

Proviamo la salita al Colle Portola, passaggio antico ed obbligato tra l’imbocco della Valtournenche e la conca di Antagnod, salendo dagli abbandonati alpeggi di Arsine (1844), Francou Desot (2021) e Francou Damon (2044); qui abbandoniamo l’intervallivo 105 per il sentiero 12 che sale al Portola.

Siamo stati adottati da un robusto cane nero di Promiod, che rimarrà con noi per l’intero percorso: è stupefacente, in un certo senso, pensare che questo animale giocoso ed indipendente rappresenti il vertice della catena alimentare in queste terre.

Che non conosca nemico, minaccia o insidia, e che possa spaventare, cacciare e predare qualsiasi altra forma di vita del territorio: un altro fortissimo e secolare esempio dell’antropizzazione della montagna, un fenomeno che non si limita alle seconde case ed ai ristoranti.

Il sentiero 12 presto sparisce negli ombrosi pendii di larici e conifere, da cui si scorge ogni tanto la sagoma imponente del Monte Tantané, l’antica Becca di Montaneya che si proietta ad occidente dalla dorsale intervalliva Ayas-Marmore; saliamo verso est per lunghi tratti, raggiungendo i 2200 metri, quasi ai piedi del valico e vicinissimi al primo risalto della cresta che porta allo Zerbion.

Riesco a scorgere ad occhio nudo la statua del Cristo delle Vette e l’aguzza sagoma nera di una delle lapidi della Via Crucis che sale dal Barmasc. La cresta è deserta, fino alla colossale statua della Madonna in vetta allo Zerbion; rinunciamo a malincuore, promettendoci di tornare appena possibile da un percorso parallelo, verso il cosiddetto Col du Bière.

La giornata vira verso il maltempo, con cumuli spessi e plumbei sospesi sopra lo Zerbion, sopra le grandi vette lungo la Valle centrale, dalla Tersiva all’Emilius, fino al lontano Ruitor; rientriamo dunque a Promiod, su cui splende ancora il sole.

Rimane il ricordo di ore trascorse nel vento dei pascoli d’alta quota, su una bellissima e compatta neve che quasi rendeva spensierato il passo, nei possenti lariceti non toccati dal disboscamento selvaggio e dagli abusi edilizi, i primi crochi incontrati sui terreni ancora brulli e sabbiosi.

Un principio di primavera nel cielo di Châtillon.

Testi e foto di Marco

www.varasc.it

A proposito dell'autore

Elena

Amo andare in montagna perché casa e ufficio mi stanno stretti. In montagna il sentiero è l'unica via da percorrere, il fiato non si spreca in parole inutili ma bisogna conservarlo e per arrivare in cima basta mettere un passo dietro l'altro. Vado in montagna perché cieli e panorami si fondono e confondono in forme e colori sempre nuovi, come sentimenti che si aggrovigliano inconsciamente come i colori sulla tela su cui dipingo, i pixel sul monitor in ufficio e la luce nell'obiettivo della mia macchina fotografica. Forse è per questo che in quota telefonini e internet funzionano a singhiozzo, è la natura che ti dice: "Lascia il lavoro a valle, stai con gli amici e con chi ami, stai con gli animali, stai con te stesso. Non ti serve nient'altro.

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