Trekking Escursionismo

Colle Finestra: la rivincita

…dopo lunghe settimane di maltempo!

Sabato 15 maggio 2010, nelle brume mattutine di Mongrando:
i fari disegnano strane geometrie occulte sulle scure facciate delle case di Borgo San Lorenzo, mentre cerco di trovare l’imbocco della strada “alternativa” che mi permetta di valicare la Serra.

La solita statale è chiusa per frana da parecchi giorni; la speranza è che qualcuno colga l’occasione per ripararne anche l’asfalto, da anni troppo simile a Sarajevo per le sospensioni della mia modesta vettura.

La salita di oggi festeggia il ritorno del bel tempo, dopo una lunga pausa forzata: il terreno è madido, il lungo e dimenticato Vallon de Và sprofonda nell’umidità.

Partiamo da Moulin de Và, poco oltre Ville di Arnad, a poco meno di 600 metri di quota:

boschi lucenti d’acqua, rumore costante di torrenti e rogge ingrossate. Le sponde del vallone ombreggiano ai piedi della Courma di Machaby, mentre risaliamo la lunga e bella mulattiera che porta al Santuario omonimo: un antico luogo di culto che esisteva già nel 1503, e probabilmente anche in precedenza. Da lì abbandoniamo la strada in favore di un ripido sentiero, fangoso e profumato di terra, di humus, di bagnato: selve di felci ondeggiano silenziose ai nostri fianchi, pigne e rametti spezzati dalle settimane di pioggia crocchiano sotto gli scarponi.

Presto raggiungiamo le silenti casematte, massicce ed interrate al punto da esser ricoperte d’erba verde brillante, dell’antica Batteria Machaby:


da qui, cannoni ormai scomparsi potevano battere agevolmente l’intero corso della Dora, intrappolando qualunque nemico tra la fortezza di Bard ed Arnad. I locali lo definiscono, semplicemente, Lo Fort.

Tutto è sepolto tra gli alberi, massicci castagni “domestici” ed esili castagni selvatici, betulle sempre più folte e slanciate.

Arriviamo, in meno di due ore, alla lunga sommità della Tête de Cou, a quota 1468:

un’ampia cresta prativa e soleggiata, panoramicissima, su cui spiccano ancora i ruderi di una casermetta d’epoca napoleonica. Non doveva esser sfuggito il valore tattico di una simile posizione, da cui si scorge tuttora ogni singola vettura, camion e treno di passaggio lungo la Dora.

Arroccata contro il Col de la Cou, là dove cade boscosa e verticale la dorsale della Croix Courma, si trova La Cou:

un paesino di piccole case aggrappate al bosco, all’inizio di questa ampia e bella pista erbosa sufficiente ad ospitare una decina di elicotteri. Proprio da La Cou ripartiamo alla volta del Colle Finestra, la nostra meta. Miriadi di genziane ed altri fiorellini spuntano sul prato.

In Valle d’Aosta, e se è per questo anche nel Piemonte cortese, i colli Finestra abbondano:
Fenêtre, Alpe Finestra, tutti toponimi che parlando di un passaggio, di un pertugio.

Questo colle ebbe la sua importanza nel cruento periodo della guerra partigiana: squadre di militi della GNR, paracadutisti e Cacciatori delle Alpi braccavano i partigiani assiepati nel Vallone di Nantay, sul versante opposto del valico. Non riuscendo a trovare i loro nemici, scatenavano la propria rabbia sulle case e sulla gente, bruciando Marine, mitragliando Perloz dai ruderi del castello Vallaise di Pont-Saint-Martin, minacciando fucilazioni e rastrellamenti. Pochi anni fa ho trovato una bomba di mortaio a venti minuti dal colle, innanzi ad un vecchio alpeggio; ma questa è un’altra storia.

La salita al colle, da La Cou, è ingannevolmente rapida.

In realtà occorre risalire un lungo tratto in costa, tra i boschi, che solo due mesi fa sarebbe stato impercorribile; il sentiero conserva ancora chiazze di neve, ma l’aria è meno umida. Il sole ed il sereno squarciano finalmente la zuppa d’alta quota, ed eccoci finalmente davanti al colle: due solitarie casette, antiche malghe ormai abbandonate, vegliano il passo. Siamo a 1673 metri, il vento da nord è forte e freddo; il panorama, anche se chiuso a nord dal Monte dell’Aquila e dal Crabun, lascia intravedere sul versante del Lys la massiccia sagoma del Lose Bianche e della Punta di Prial, nonché il possente Mars, nelle Prealpi Biellesi.

Sono stato su ognuna di queste vette, le riconosco con affetto, con ansia, con bisogno: finalmente, finalmente, finalmente, sono tornato a casa. In montagna.

Testi e foto di Marco

www.varasc.it

A proposito dell'autore

Elena

Amo andare in montagna perché casa e ufficio mi stanno stretti. In montagna il sentiero è l'unica via da percorrere, il fiato non si spreca in parole inutili ma bisogna conservarlo e per arrivare in cima basta mettere un passo dietro l'altro. Vado in montagna perché cieli e panorami si fondono e confondono in forme e colori sempre nuovi, come sentimenti che si aggrovigliano inconsciamente come i colori sulla tela su cui dipingo, i pixel sul monitor in ufficio e la luce nell'obiettivo della mia macchina fotografica. Forse è per questo che in quota telefonini e internet funzionano a singhiozzo, è la natura che ti dice: "Lascia il lavoro a valle, stai con gli amici e con chi ami, stai con gli animali, stai con te stesso. Non ti serve nient'altro.

Lascia un commento