Trekking Escursionismo

Colle Ranzola e Punta Regina

Sabato 5 giugno 2010, alternanza di sole e nubi paciose, ruscelli e rogge mutati in torrentelli dal disgelo:

la strada che porta al vecchio Castel Savoia, in quel di Gressoney-Saint-Jean, è lunga e tortuosa, deserta, popolata solo da jeep ed occasionali suv forestieri.

Panoramica dal colle Ranzola, raggiunto da Krechte (Gressoney-Saint-Jean)

La salita di oggi richiede innanzitutto la pazienza di rimontare l’ostico piano di media montagna che, in tante zone della bella Valle del Lys, oppone una pendenza micidiale appena oltre il parcheggio: il sentiero numero 3 per il Colle Ranzola non fa differenza.

Lasciamo l’automobile lungo la pista da sci alle 8.55, a quota 1460 metri, raggiungendo l’alpe Krechte (1513) in pochissimi, faticosi minuti:

molte relazioni indicano questo punto come inizio del percorso, che da qui in poi si snoda in brevi, eterni tornanti in forte pendenza. Qualcosa come gli ultimi metri della Croix Courma lungo il sentiero che sale dal Vallone di Nantay e dal Colle Finestra, solo più lungo; il sole stenta a filtrare tra larici e sottobosco, la bella mulattiera s’inerpica con slancio tibetano.

Entro le 10.20 approdiamo finalmente ai 2109 metri dell’alpe Obrò Areso, un autentico paradiso in posizione estremamente panoramica e lussureggiante, ai piedi del Colle Ranzola e della Punta Regina.

Arrivati al colle, siamo sorvolati a bassa quota da un idrovolante!, decisamente fuori posto quassù, vista la scarsità di piste d’atterraggio… e, a maggior ragione, di specchi d’acqua.

Dal Ranzola è sufficiente voltarsi verso sud, seguendo i resti dell’antica fortificazione a secco d’epoca napoleonica, per risalire il ripido pendio settentrionale della Regina: una cima tondeggiante e priva di vegetazione, la cui quota è di 2388 metri, contro i 2170 del valico.

Non è difficile, da quassù, immaginare le fucilate ed il tintinnio di sciabole dei soldati austriaci e zaristi, le urla rivolte in direzione dell’alpe Finestra, dal cui pianoro salivano alla carica i fanti francesi; l’intera zona pare un gigantesco, verdeggiante poligono di tiro.

La vetta della Regina, ancora una volta, rivela tutta la sua bellezza.

Il toponimo, anticamente, era quello (meno altisonante) di Punta Gombetta, dall’italianizzazione della conca a meridione della cima, over sorge tuttora un piccolo lago; nel 1898, dopo la salita di S.A.R. Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia (1851-1926) si volle ribattezzarla in onore della regina alpinista, che nell’agosto 1893 avrebbe raggiunto i 4554 metri della Punta Gnifetti o Signalkuppe.

E’ consolante meditare come questo bellissimo panorama, oggi come allora, si riveli immutato a prescindere dal rango nobiliare di chi lo ammira: come all’Hermitage di San Pietroburgo, quassù il titolo non conta.

L’unico requisito indispensabile è aver voglia di camminare, di salire e di ammirare un mondo di montagne da un balcone veramente privilegiato; ed ecco allora che, vicine e lontane, decine di vette si offrono allo sguardo.

Le nubi sfiorano e celano, ogni dieci minuti, il possente Nery e la vicina Soleron, che ho ammirato mercoledì dalla Colma di Mombarone e dalla Tre Vescovi; il Ciosé mi guarda sospettoso, il Bieteron pare annegato in un grigiore informe, mentre sulla Valle Centrale splende il sole.

Ancora una volta, seduti sulla vetta di una piccola grande montagna, non resta molto altro da dire.

Testo e foto di Marco

www.varasc.it

A proposito dell'autore

Elena

Amo andare in montagna perché casa e ufficio mi stanno stretti. In montagna il sentiero è l'unica via da percorrere, il fiato non si spreca in parole inutili ma bisogna conservarlo e per arrivare in cima basta mettere un passo dietro l'altro. Vado in montagna perché cieli e panorami si fondono e confondono in forme e colori sempre nuovi, come sentimenti che si aggrovigliano inconsciamente come i colori sulla tela su cui dipingo, i pixel sul monitor in ufficio e la luce nell'obiettivo della mia macchina fotografica. Forse è per questo che in quota telefonini e internet funzionano a singhiozzo, è la natura che ti dice: "Lascia il lavoro a valle, stai con gli amici e con chi ami, stai con gli animali, stai con te stesso. Non ti serve nient'altro.

2 Comments

  • Ancora una volta, seduta a leggere i tui racconti di montagna, non resta molto altro da dire….come sempre riesci a trasmettere “piccole e grandi emozioni di vetta”!

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