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Fame di montagna

Atto secondo. Il monte Tovo

…Non era ancora finita.
Un giorno di pausa dopo la salita al Bec di Nona e già la prospettiva di trascorrere un’altra settimana in quel di Milano, al lavoro e sepolto sotto una duplice coltre di smog e calura, mi risultava intollerabile. Odiosa. Inaccettabile.
Tanto più, naturalmente, che il meteo rimaneva favorevole.

Il video dalla cima del Monte Tovo

La sveglia, alle 06.00, mi coglie di ottimo umore, subito pronto e misteriosamente assillato da vecchi fantasmi sanremesi: continuo a fischiettare Il cielo in una stanza fin quasi a Cossila, dove sono nato. La macchina s’inerpica fin sopra all’antichissimo santuario mariano di Oropa, fino al finto rudere del Delubro, dove comincio l’escursione alle 06.42; la bella mulattiera ricorda un torrentello, la situazione è alquanto umida. La macchina resta appena sopra i 1200 metri.

La mia meta è il Monte Tovo, e per un solo motivo:

rientrando dal Bec di Nona, in un improbabile ingorgo nel remoto paese di Camburzano, ho scorto fugacemente il lontano pendio occidentale di questo monte. Mi era parso abbastanza pulito, con poche chiazze di neve trasversali.

La ragione, invece, è semplice ed animalesca:

sto per tornare nella bolgia metropolitana che mi corteggia, mi finanzia e cui regalo il mio tempo ed il mio lavoro. Ma non ancora: prima, voglio dare un’ultima occhiata alle Dame di Challant, al Cervino, magari anche al Monte Rosa.

Ho conosciuto ragioni più semplici per tentativi più folli, e non disprezzo mai i sogni altrui.

Tutto procede bene fino all’alpe Trotta, a quota 1810:

ho lasciato il sentiero D13 per il D32, puntando dritto il Tovo. Nessuno, che non sia biellese, riesce a pronunciarne correttamente il toponimo al primo colpo; resta da vedere se questo biellese riuscirà a superarne i nevai.

Il problema si trova a valle, per una volta. Il Tovo è un monte perfettamente triangolare di 2230 metri, facilmente distinguibile sin da Santhià, sin dalla piana vercellese; è separato dal più alto Monte Camino dallo stretto Bocchetto di Finestra, a quota 2038 metri, che inalbera per l’ennesima volta il toponimo più in voga delle Alpi Occidentali.

Proprio questo colle mi ha dichiarato guerra, pare.

La fatica è notevole, anche perché cerco di seguire un percorso ragionato, malgrado la neve sia salda e la zona ancora in ombra; vasti nevai, curiosamente punteggiati da milioni di moscerini morti o moribondi, guarniscono la base del colle. Vi arrivo alle 08.50, felice per ciò che spunta a nord, a nordest, a nordovest: la Valle d’Aosta, il Rosa, il mondo. Alle mie spalle torreggiano le prime nubi della pianura, che celano repentinamente il baluginio occulto del Lago di Viverone.

Con buona pace di quanto visto da Camburzano, il pendio occidentale del Tovo non è ancora spoglio, anzi. La naturale pendenza della cresta è accentuata, fasciata e baciata da sensuali nevai dolcemente arcuati, sinuosamente incastonati alle sporgenze rocciose che risalgono la dorsale tra la Valle di Oropa e la Valle Cervo; mi costringono a manovre elaborate, prestando grande attenzione, poiché sono del tutto solo. Nemmeno la funivia da Oropa è in movimento, oggi.

Arrivo in vetta alle 09.25, nemmeno stanco:

la cima è del tutto innevata, ne spunta solo la colossale, mastodontica croce dai quattro tiranti alquanto laschi. I biellesi ebbero una certa passione per i mausolei sovradimensionati sulle vette dei loro monti, a quanto pare.

Ammiro, rapito, il Rosa, le Dame, il Voghel ed il Nery, il Mars, la Lei Long e tutta la turrita dorsale intervalliva Ayas-Gressoney; se fossi sul Camino vedrei anche il Bianco. Ma da qui posso zoomare sul Cervino, che pare spuntare direttamente dai due Tournalin, candidi e selvaggi nella loro brutale possenza. Scatto molte foto e decido di scendere dalla cresta sud, per non rischiare nuovamente sui vastissimi nevai sottostanti; scendo dunque dal sentiero D14, lungo una cresta erbosa a più livelli, panoramicissima… sulle nubi che nascondono la pianura e, a tratti, lo stesso santuario di Oropa.

Sono le 11.42 quando torno alla macchina, giù al Delubro; entro mezzogiorno sono a casa, al lavoro.

Una giornata superba, interminabile, iniziata nel sole e nel vento del mio personalissimo, eslusivo e solitario balcone affacciato sulla Valle d’Aosta.

Testo e foto di Marco
www.varasc.it

A proposito dell'autore

Elena

Amo andare in montagna perché casa e ufficio mi stanno stretti. In montagna il sentiero è l'unica via da percorrere, il fiato non si spreca in parole inutili ma bisogna conservarlo e per arrivare in cima basta mettere un passo dietro l'altro. Vado in montagna perché cieli e panorami si fondono e confondono in forme e colori sempre nuovi, come sentimenti che si aggrovigliano inconsciamente come i colori sulla tela su cui dipingo, i pixel sul monitor in ufficio e la luce nell'obiettivo della mia macchina fotografica. Forse è per questo che in quota telefonini e internet funzionano a singhiozzo, è la natura che ti dice: "Lascia il lavoro a valle, stai con gli amici e con chi ami, stai con gli animali, stai con te stesso. Non ti serve nient'altro.

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