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Laghi di Valfredda.
Dove è passata la valanga

Sabato 10 aprile 2010, di ritorno in Val d’Ayas: questa volta abbiamo optato per l’ampia e bella zona di Palasina, al disopra di Estoul (Brusson), grazie anche alla chiusura delle piste avvenuta sin da Pasquetta.

Il meteo è perfetto, non così l’indomani, e la partenza mattiniera rende la neve ben compatta e solida.

Il Vallone di Palasina è un ampio spazio declinante ai piedi di grandi e belle vette, tra pascoli verdeggianti e punteggiati da innumerevoli laghi: sentieri e poderali si inerpicano dolcemente in più direzioni, consentendo affascinani valichi con la Valle del Lys o con il Vallone di Mascognaz, digradante verso Champoluc e l’alta Ayas.
Sul fondo del vallone, alimentato da così tante sorgenti e dalle copiose nevi invernali, corre possente il Torrent de Messuère; una zona tanto fertile e ridente non poteva restare ignorata, specialmente in un contesto povero di risorse, e quindi venne sfruttata sin dall’antichità. Il toponimo principale, Palleysina, risale al Duecento e venne accuratamente descritto nei testamenti di Gotofredo ed Ebalo Magno di Challant, nel 1263 e nel 1323.

Ora però siamo nel 2010 ed i grandi signori feudali sono ormai scomparsi, gli Challant e quei Vallaise che a loro volta vantarono possedimenti in queste zone. Oggi, i moderni signori feudali sorridono in televisione, acquistano giornali e finanziano intellettuali, partiti e saltimbanchi; la guerra, le armi, l’amor cortese, i manieri e le giostre hanno lasciato il posto ad altri status symbols.

Zoomando ancora più giù, stringendo sul dettaglio, scorgereste due puntini e mezzo in questa colossale valle: infiniti fronti di valanga decorano il ripido fianco occidentale del Bieteron, così i due puntini si tengono alla larga, nel solco gentile del Messuère. Passo dopo passo, eccoli macinare i chilometri, il dislivello, sulla neve opalescente: eccoli riemergere dal grande bivio fiancheggiato dai massi erratici caduti in ere remote dal Bieteron, in un giorno di collera, e risalire il pendio scivoloso fino al vasto pianoro su cui spiccano, nude e spoglie, tre aste per bandiere.

I signori feudali sono polvere, il sistema sociale e religioso che contribuirono a creare è polvere a sua volta, ma alcune cose non variano mai. Una zona così nobile non poteva restare ignorata, dunque vi è stato costruito un grande rifugio, l’ARP, a quota 2440.

Oggi è chiuso, dunque ci rinfreschiamo qualche minuto nell’ombra per aprire la traccia oltre la “roccera” del rifugio, su fino al primo del Laghi Valfredda. Questo toponimo lo potete rincorrere dalla Valle d’Aosta al Piemonte, e significherà sempre una sola cosa: Valfreida, in certi momenti dell’anno, non è affatto un piacevole snow park dove lasciare a giocare i propri rampolli.

I due puntini e mezzo, nel frattempo, hanno colonizzato il primo spazio erboso emerso dalla neve che, secondo la sonda in dotazione ad ogni puntino che si rispetti, misura alternativamente 120, 140 e 45 centimetri. Uno dei puntini, per quanto valoroso e determinato, è stato messo a dura prova dal grande caldo: tutto pareva concorrere nell’abbatterlo, nel trascinarlo in basso, nel piegarlo all’odioso giogo della forza di gravità.

Tutto pesava: lo zaino, di pala munito e di ciaspe affastellato, l’inutile giacca ed il superfluo maglione pesante, i maledetti pantaloni lunghi, le subdole ghette, creature del demonio. Perfino la fida ARVA pareva trascinarlo al suolo, in una radiosa e bruciante parodia del povero Frodo con l’Anello al collo: ma passo dopo passo, nel sudore e nella vampa attinica del sole, i due puntini hanno conquistato la loro ambita meta.

Due ore da Estoul all’ARP, quindici minuti al primo dei Valfredda: non male per un puntino che, tra soli diciannove giorni, si schianterà con il traguardo del suo ventisettesimo genetliaco.
Alla faccia del feudalesimo gravitazionale, ovviamente.

Testo e foto di Marco

www.varasc.it

A proposito dell'autore

Elena

Amo andare in montagna perché casa e ufficio mi stanno stretti. In montagna il sentiero è l'unica via da percorrere, il fiato non si spreca in parole inutili ma bisogna conservarlo e per arrivare in cima basta mettere un passo dietro l'altro. Vado in montagna perché cieli e panorami si fondono e confondono in forme e colori sempre nuovi, come sentimenti che si aggrovigliano inconsciamente come i colori sulla tela su cui dipingo, i pixel sul monitor in ufficio e la luce nell'obiettivo della mia macchina fotografica. Forse è per questo che in quota telefonini e internet funzionano a singhiozzo, è la natura che ti dice: "Lascia il lavoro a valle, stai con gli amici e con chi ami, stai con gli animali, stai con te stesso. Non ti serve nient'altro.

2 Comments

  • La calura mi ha davvero vessato.. tutta la mia vita mi passava davanti agli occhi: ho scoperto solo ora dove ho cacciato il mio giocattolo preferito, un pullman di metallo bianco e blu, perso quando avevo 7 anni. Una tragedia.

    E’ stata una gran gita, purtroppo sono ancora bruciato sulle spalle e sui bicipiti, nonché sulla fronte.. sembro una comparsa de “Inferno di cristallo”.

    Il Puntino

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